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Il viaggio odierno ci conduce sulle rive di un fiume che pochi conoscono, ma molti ignari, sono stati soggiogate dalle sue acque infette.

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire

Il Lete o fiume dell’oblio, citato mel X libro della Repubblica di Platone, dove viene narrato il mito di Er, disceso nell’oltretomba per conoscere i misteri della reincarnazione delle anime.  Nei frammenti degli orfici troviamo la raccomandazione, agli iniziati che sono giunti nell’aldilà e si apprestano a entrare in una nuova vita, di non bere l’acqua che induce l’oblio, ma di cercare di far tesoro del proprio passato per conseguire un superiore livello di saggezza, ma l’opera latina più famosa che ne parla è L’Eneide di Virgilio, nel VI libro, e le anime dei Campi Elisi vi si tuffano quando devono reincarnarsi.

Per Charles Baudelaire, è l’essenza del piacere stesso, un veleno che infonde il piacere, il peccato che penetra nelle vene e rende succubi e schiavi.

L’amore che sconfina nel piacere e la ricerca del godimento e come atto finale la morte, sublimazione eterna del peccato stesso.

l’amore non è peccato se non sconfina nel desiderio, nel caso contrario è una colpa, trasgressione, violazione, caduta, vizio, perversione, traviamento, perversione, scandalo, delitto, crimine, ma pur sempre con lo stesso nome…amore.

Il mio è un invito a bere di quell’acqua santa, che sgorgava un tempo dal paradiso terrestre ma che la saliva degli uomini ha corrotto, rendendo quel liquido infetto.

Se l’amore è una malattia, io sono malato, se è una colpa io sono colpevole, se è un  male io sono un criminale, se è un peccato io sono un peccatore, ma il più grande peccato il non aver mai amato…

Il Lete

Vieni qui sul mio cuore, sorda anima crudele,

tigre adorata, mostro che t’atteggi indolente;

lascia ch’io immerga a lungo le mie dita tremanti

nella spessa, pesante tua criniera

e nella gonna che di te profuma

seppellisca la testa dolorosa,

come un fiore appassito respirando

la corrotta dolcezza del mio defunto amore.

Voglio dormire! pur di non vivere, dormire!

In un sonno dolce come la morte, spargerò

baci senza rimorsi sul tuo corpo leggiadro

levigato e splendente come il rame.

Niente, per inghiottire i singhiozzi languenti,

vale quanto l’abisso del tuo letto

sulle tue labbra, possente, ha dimora l’oblio,

il Lete trascorre nei tuoi baci.

Come un predestinato obbedirò

alla mia sorte, mia delizia ormai;

martire rassegnato, condannato innocente

che attizza il suo supplizio col fervore,

succhierò, per placare il mio rancore,

il nepente e l’amabile cicuta

sulle punte incantevoli di quel tuo aguzzo seno

che mai e mai ha dato asilo a un cuore.

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