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Per suicidio (dal latino suicidiumsui occidio, uccisione di sé stessi) si intende l’atto col quale un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte.

È il gesto estremo di una manifestazione psicologica di malessere. Dal punto di vista psicologico, esso può però essere anche interpretato, oltre che come estrema forma di richiesta di aiuto (in questo caso, spesso, il suicidio è la conclusione involontaria di un tentativo che si vorrebbe inconsciamente o consciamente volto al fallimento), come espressione di un bisogno, altrimenti inappagabile, di mettere a tacere una sofferenza, un disagio, cui il soggetto non riesce o non può dare risposta; nella soppressione della vita, in realtà, il desiderio reale in questa interpretazione sarebbe quello di affermare l’ideale di una vita liberata, finalmente, da una sofferenza rivelatasi ingestibile e insostenibile per colui che la patisce.

Fin dall’epoca dei romani il suicidio veniva utilizzato come strumento di protesta; Marco Porcio Catone Uticense decise di uccidersi proprio per protestare contro Cesare e la sua azione a discapito della repubblica.

Il suicidio come atto di protesta estrema non violenta venne alla ribalta nel 1963 quando alcuni monaci buddhisti si diedero pubblicamente alle fiamme per protestare contro le discriminazioni anti-buddiste del regime del Vietnam del Sud.

Oggi il suicidio è solo l’atto finale dell’esternazione del male di vivere.

Il malessere, la precarietà in ogni cosa, la mancanza di un punto luce in un universo buio e tetro che sprofonda sempre più in basso, dove l’oceano dell’indifferenza invade come uno tzunami ciò che ci circonda isolandoci dal mondo e la solitudine come appare come un’isola in mezzo a un maremoto.

Un’isolamento volontario eretto come un alto muro a difesa delle nostre incertezze, e che piano s’innalza e si fortifica, lasciandoci sempre più soli e vuoti, fino a che anche la voce si fa flebile fino a confondersi con il respiro del silenzio.

Il suicidio è il canto del cigno della vita. 

Uccidiamoci si, ma non il corpo, uccidiamo quello che siamo stati, e non quello che potremmo essere, ammazziamo il passato e dalle sue ceneri costruiamo il futuro.

Io sono morto e rinato mille volte.

L’amore non uccide, la cenere se gettata nel terreno, fa nascere nuove piante, anche lo sterco fa nascere fiori e non non siamo meno dello sterco.

L’amore rinasce ogni volta e ciò che noi simbolicamente uccidiamo in noi stessi è ciò che eravamo.

Il suicidio come atto fisico non ha alcuna valenza, perché è la sconfitta della vita contro la vita stessa, ma se il suicidio è il simbolico atto di terminare una fase per cominciarne un’altra, allora “ben venga la morte, a noi esseri eletti cosa può importare”.

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