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Genova è una città avara, così tirchia che tiene le sue “rare” perle nascoste agli occhi di tutti, anche a chi in un impeto di follia volesse scoprire questi suoi tesori. I tesori di cui parlo, non sono certo quelli architettonici e artistici, cui la “superba” è piena, anche se pure su questi ci sarebbe da parlare. Il patrimonio di cui parlo è quello sommerso di una miriade di “talenti” che pullulano è proprio il caso di dirlo, il sottosuolo di Genova.

Underground, vero e proprio, questi “geni” faticano e il più delle volte vengono soffocati dalla voracità di una classe dirigente, che mette sempre e comunque in primo piano il bilancio (sempre e comunque in profondo rosso) piuttosto che la salvaguardia di un bene così prezioso come le risorse umane. I giovani sono la cultura che emerge, la nuova linfa che scorre nelle arterie di una città vecchia che d’inedia sta’ morendo. Se ne accorgono tutti, anche quei vecchi brontoloni che già al mattino assediano i bus inveendo contro tutto e tutti. Se ne accorgono le nuove generazioni, una specie in via d’estinzione, se ne accorgono i muri decrepiti di un centro storico in degrado, se ne accorgono i mille colori chiassosi di una città multietnica, ma agli occhi sordi di una giunta che dovrebbe fare il bene della sua gente, è solo “blow in the wind”.

Ieri e precisamente il 30/09/2011, data da ricordare, questa nuova linfa è tornata e defluire nelle vene secche di una città senza più gloria. Ieri si è riscoperta la gioia, il condividere ideali che pensavo fossero sopiti nelle pagine polverose dei libri di storia. Voci calde color pastello di una notte in bianco e nero, perché è così prendere o lasciare. Ieri è stato un canto, forse solo alla luna, o forse solo al vento, e non mi risulta che il vento abbia mai ascoltato qualcosa.  Ieri la giovane linfa di una una città che vorrebbe risorgere, ha piantato un seme nel cemento, chissà se dal cielo anche una lacrima del passato possa far rinascere la speranza e ritornare a credere che l’arte non sia mai morta e finché vi saranno persone dedite a ciò, la vita avrà il suo scopo per essere vissuta pienamente.

Noi vogliamo cantare il gioco. La condivisione. Il lavoro creativo di gruppo. E la solidarietà che da questo si sprigiona. La libertà di esibirci dove capita, per le strade armati dei nostri strumenti, e di banchetti dove esporre la nostra artistica mercanzia. L’avventura col cuore in gola di affrontare un pubblico, sempre e comunque, perché il pubblico è il nostro fine, il nostro bersaglio e il nostro centro, il nostro beniamino e lo schermo dove proiettiamo slanci espressivi. Esaltiamo l’aggregazione, la socializzazione che permette all’artista di confrontarsi con quelli della sua tribù, e di non morire soffocato dalle mura della sua cameretta. La scoperta di nuovi mondi, senza limiti e ancora oltre, e di mondi che si aprono dentro i mondi, come le parentesi tonde graffe e quadrate di un’equazione artistica sempre perfetta nonché imperfetta. Il nostro scopo non è stupire, non è intrattenere, non è creare opere d’arte socialmente e criticamente misurabili…

Da il Manifesto dell’Art-Fusion di Loredana zino.

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