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In una società che vive l’attimo illusorio di un benessere simulato e ritrito, e si nutre alla velocità della luce dei rigurgiti del passato, l’immagine o meglio le allucinazioni delle fobie che guidano alla follia, hanno nelle immagini la loro divinazione suprema.

 Un’immagine vale più di mille parole, la digitalizzazione della manualità, così come l’estensione elettronica dei nostri desideri finalmente tramutati in effimera realtà, celebra nel dio ego la nostra vanità. 

L'”io” s’innalza sul più alto gradino e domina sottomettendoli tutti i nostri sentimenti, trasformandoli in brama e cupidigia. L’immagine è l’esaltazione dell’ego, e l’io che risalendo la via lattea che conduce al cielo finalmente si siede sul suo trono più alto.

 In una società che vive veloce, l’immagine è l’espressione più adatta da consumarsi nell’attimo, per poi perdersi nei meandri dell’oblio. Milioni d’immagini hanno sostituito le oramai obsolete parole che già da tempo sono state mozzate, vituperate, insultate e violentate e costrette a insani incesti, parole che un tempi addietro fecero da balia alla poesia, istruirono la prosa e decorarono le arti oratorie; che furono d’anticamera alle belle arti e che illuminarono le volte celesti. 

 Gli esseri umani già da tempo hanno perso la facoltà di comunicare con la natura, di parlare agli animali e adesso anche di esprimersi tra uomini. Coscienti di una fine imminente causata dalla loro superbia, questi esseri avendo poco tempo dinnanzi hanno cessato di comunicare dando alle immagini questa prerogativa, senza preoccuparsi che le  immagini non abbiano poi la capacità di esprimersi.

 Così l’immagine diventa esternazione, comunicazione, invito, ricatto, evocazione, divertimento, espressione di stati d’animo, di concetti, di idee, di visioni e sogni, ma molto più terra terra è l’appagamento di un ego, che stanco di rigiri di parole esige nell’immagine l’esaltazione dell’io, ben cosciente che al di sotto vi sia una folla osannante in attesa di una sua prossima ostensione.

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