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Gli ultimi mesi sono stati intensi, rottura di convivenza, trasloco, cambio di abitudini. Ma sono tornata al mare iniziando a ricostruirmi una vita. Alzarsi la mattina e vedere il mare che ti da il buongiorno è provare a lasciarsi alle spalle tanti ricordi e un armadio pieno di speranze che emergono prepotenti sperando di essere ascoltate. La domenica di Marzo, in una città di mare è aria, sole e salsedine, che si mescolano alle urla dei bambini e al vociare dialettale dei vecchi seduti sulle panchine. Un pomeriggio al mare, focaccia e Vanity Fair non bastano però a lasciarmi il sorriso sulle labbra e il sale sulla pelle. Rientro a casa e il mare è sempre li, ma questa volta mi restituisce solo malinconia. Non serve cambiare città per lasciarsi tutto alle spalle, la tristezza riesce a vincere sulle speranze che si rintanano malinconiche nell’armadio.

 Questi mesi sono stati scanditi da giornate al lavoro, serate sul divano e frigorifero vuoto. Il fisico ne ha risentito, la mente gli è semplicemente andata dietro. Apro il frigorifero, tra una birra e l’atra s’intravedono alimenti non identificati avvolti nella stagnola e la pasta sfoglia grande spessore che avevo comprato per le emergenze. Inizio ad aprire i pacchetti e mi accorgo che tutto è ancora commestibile. Stendo la pasta, sbollento bietole e carciofi, grattugio il pecorino, sbatto le uova, imburro la teglia. E finalmente mangio, addento la mia torta come se non mangiassi da giorni. Il suo interno mi corrobora e la sua sfoglia croccante mi dona energia. Come gli avanzi sono stati cucinati, è ora che anche i ricordi abbandonino l’armadio. Lo apro, sento tutte le speranze che provano impetuose a uscire.

 Questa volta voglio essere pronta, con il cibo nel corpo e il mare nell’anima sono decisa ad affrontare il futuro. L’armadio è spalancato e non mi spaventa più. La notte è scesa, il suo silenzio mi fa compagnia, mentre ascolto finalmente tutte le vecchie speranze e i brutti ricordi lentamente svaniscono.

 Sembravano passati anni luce da quando Lucy scrisse queste poche righe che ora rileggendole nonostante tutto, sentiva ancora fremere dentro di sé.

Lui non c’era più (come gli altri del resto), spazzati via con la brezza primaverile, portati dai venti gelidi invernali a svernare nella sua tana.

Lucy si chiese se poteva mai esistere un uomo per tutte le stagioni, poi richiuse il diario e si alzò, senza pensarci troppo gettò nell’immondizia quel quaderno zeppo di brutte memorie promettendosi tra sé che mai avrebbe più scritto tristezze, quindi attraversò il corridoio ed entrò nella grande sala, aprì la porta-finestra che dà sul poggiolo e uscì, una ventata di aria fresca le carezzò il volto, socchiuse gli occhi e lasciò che il vento la carezzasse ancora, fino a che un brivido le accapponò la pelle, allora si levò il vestito e nuda lasciò che il vento l’abbracciasse all’infinito.

 

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