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Due poeti, François Villon e Arthur Rimbaud, due visioni opposte della morte o meglio, di quel periodo più o meno lungo, cui il corpo lasciato l’anima, attende il suo destino.

In tutte e due le poesie, questo momento è descritto come una danza, la “danza degli impiccati” appunto. La danza di per sé rende liberi, indipendenti, sciolti, danzare è il gesto più vicino alla felicità, è l’espressione alla gioia, e allora, cosa c’entra dunque l’allegria con la morte.

 In entrambi i casi è letizia, è  la felicità di non appartenere più al genere dei viventi e quindi non più legati alle leggi “gravitazionali” della terra; i tempi di questa danza sono dettati invece dal vento, che già anticipa ai “ballerini” il loro “nuovo stato”. Queste folate, sono brezza divina, infatti è il sovrannaturale (nelle sue varie forme), che come tira i “fili” di questi burattini che “che un tempo stringevano dolci donzelle cozzano a lungo in un amore immondo”, questo è ciò che ci descrive Arthur Rimbaud, nella sua danza. Ciò che di umano rimane in quelle scheletriche marionette è solo il ricordo lussurioso di lussuriosi amplessi, che adesso si ripetono in modo così grottesco e surreale da apparire buffi anche se a “danzare”in modo osceno, cono solo nudi scheletri mossi dal vento, “immondi”, perché il tempo ha cancellato tutto anche ciò che distingueva il maschio dalla femmina.

 Quindi in questa immagine si ha anche un’altra figura, il raggiungimento dell’uguaglianza. La morte rende simili. Cancella cioè tutte quelle differenze che fanno gli esseri umani diversi gli uni dagli altri, migliori o peggiori, belli o brutti, intelligenti o ignoranti, ricchi o poveri; “La pioggia ci ha lavati e risciacquati, e il sole ormai ridotti neri e secchi; piche e corvi gli occhi ci hanno scavati, e barba e ciglia strappate coi becchi”, insiste Villon. Il tempo, che tutto erode, scava e consuma, lava, quei corpi. Li pulisce dalle sporcizie “fisiche”, dalle metastasi materiali, dalla carne ma, per la pulizia dell’anima, Villon pone fiducia nei “suoi fratelli viventi” e cioè in coloro che “solo” con le preghiere, possono intercedere presso il Creatore.

 Villon ha vissuto una vita al limite, condannato a morte per l’uccisione di un prete, in un modo o nell’altro si è sempre salvato la pelle, in verità la sua “ballata degli impiccati” è l’”epitaffio di Villon” , appeso con altri quattro o cinque, sbattuto dal vento, vede la sua carcassa, pallida e smunta, e come se vedesse se stesso, e il destino che l’aspetta in un’altra vita, quella dell’aldilà. Sembra averne timore, un tempo lui che sbeffeggiava ora è deriso, ed è questa situazione che lo deprime. A suo modo, chiede perdono, senza proferir parola. L’immagine dice tutto, quella sua danza senza requie, e quel vedersi, inerme e nudo dove solo l’intercessione di chi vive può salvarlo dalla dannazione eterna.

 Tutt’altra immagine la descrive il “maledetto” Arthur Rimbaud, anche se pur sempre una macabra allegoria. Chi tira i fili di quei “funerei burattini” è il diavolo in persona, che sembra quasi prendersi gioco di tutte le miserie umane, che proprio in quei “scheletrici moncherini” vengono racchiuse. La danza è la stessa, lussuriosa e incestuosa, ma sono i particolari descritti, in maniera quasi morbosa, come se chi leggesse, non sfogliasse solo una poesia, ma assistesse come dinanzi a se, quell’orrendo spettacolo.

 Non v’è spazio per il perdono, né per le preghiere, Dio non esiste, l’unica divinità, è il peccato, e Belzebù unico sacerdote. Qui gli impiccati, morti e putrefatti, si ricordano bene e ancora hanno gli istinti della carne che ancora li fanno fremere al ricordo. Nei loro amplessi, nelle loro danze sconnesse, nudi che “Il resto non impaccia si guarda senza schifo”,  sono comici, neanche degni di compassione, ma solo di scherno e risa. La morte è uno stato che dura un attimo, e come diceva Epicuro; sulla morte è semplice e immediata. Il problema non è il fatto del morire, ma la paura della morte, quel sentimento che tanto ci turba e ci impedisce di raggiungere la serenità interiore. Come combatterla? La soluzione di Epicuro è questa: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte”. E viceversa.

 Perché averne dunque paura. La morte o la paura di quell’attimo si esorcizza in molti modi, chi invocando perdono e chi ridendone o meglio deridendola.

In qualsiasi modo si guardi, è pur sempre poesia, e la morte pur nella sua tragica drammaticità, è un attimo di lirismo, un epitaffio per esorcizzare quella paura del “dopo” che volenti o nolenti ci attanaglia.

 

 

 

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