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La staffetta femminile della DDR

La staffetta femminile della DDR (Katrin Krabbe è l’ultima a destra) dopo aver vinto la finale della 4x100m agli europei di Gateshead (Gran Bretagna), il 5 agosto 1989 (Bundesarchiv)

Sedici milioni di abitanti e 20 titoli a Monaco ’72, il doppio esatto a Montreal ’76, 47 addirittura a Mosca ’80, l’Olimpiade del boicottaggio americano, e così via fino a Seul, ultimo atto olimpico della Germania Est, poi incapace di fare meglio (33 ori) con la squadra unificata post muro del 1992! Ecco perché chi segue e ama lo sport, è proprio in questo settore a trovare il bicchiere mezzo pieno della galassia tedesco popolare, un esempio, un modello vincente, deprecabile solo nei suoi fenomeni più esasperati, quali la deriva scientifica legata alla ricerca sul doping, un “doping” disumano e, in certe discipline, sistematico, e l’utilizzo di atleti delle nazionali quali agenti privilegiati della Stasi, in sostanza spie viaggianti al soldo dei servizi segreti.

PANE, POLITICA E SPORT.

 
Resta agli atti quel passo della Costituzione della Repubblica Democratica Tedesca che proclama, prima al mondo, il diritto dei cittadini all’esercizio della cultura fisica, quindi agonismo ma anche sport popolare, restano agli atti le Spartachiadi – nate nel 1965 sul tipo sovietico – che altro non erano che un modello estremamente raffinato di giochi studenteschi e che coinvolgevano il 90% dei bambini e dei ragazzi delle scuole dell’obbligo, partendo addirittura dall’asilo. Nell’organizzazione sportiva all’ombra della falce, del martello e del compasso il ruolo della scuola era fondamentale, perché erano proprio gli istituti, di ogni ordine e grado, a collaborare con le industrie che offrivano i mezzi economici e i materiali per la pratica agonistica, per non parlare poi della straordinaria diffusione tra le donne. Era questa, in sintesi, l’enorme base (la DTSB, cioè la Confederazione sportiva e ginnico tedesca, nata nel 1957, praticamente il Coni della DDR) di una piramide destinata a produrre campioni che dovevano poi servire da esempio e da traino. 

Un traino per i ragazzi e i giovani ma anche e soprattutto, sul piano dell’immagine, per il regime che gonfiava il petto durante Olimpiadi e Mondiali, quando le medaglia arrivavano a pioggia. Il modello era già maturo alla fine degli anni sessanta, quando la Germania Democratica aveva il superuomo del nuoto (Roland Matthes, il più grande dorsista della storia, imbattuto per sette anni) e una ginnasta brava e bella (Erika Zuchold): dietro a loro c’era poi una schiera di giovanissimi campioni pronti al grande salto, come evidenziavano le manifestazioni giovanili internazionali dominate in quasi tutte le discipline. Ecco perché, mentre il capitalismo a ovest, finito il boom, cominciava anche ideologicamente a scricchiolare, il ‘fratello Ivan’ poteva andar fiero dei traguardi raggiunti che erano un incentivo a proseguire lungo quelle scelte e quella dottrina. E la selezione naturale dello sport di base serviva di più delle aspettative genetiche: il matrimonio ‘combinato’ tra Matthes e la leggendaria nuotatrice Cornelia Ender ha prodotto sì figli ma non record, nemmeno regionali, quando intanto tra i dirigenti si andava profilando un’altra scelta di campo, quella di cercare anche atleti ambasciatori, quindi non solo macchine da gara (ce n’erano decine) ma emblemi belli e vincenti da esportare.

DIVINITA’ SPORTIVE.

 
Con la benedizione dei capi dello sport e della politica, sono arrivate saltatrici come Rosemarie Witschas-Ackermann (sul trono dell’alto giusto prima di Sara Simeoni) e più avanti donne copertina, bellissime e audaci, come la pattinatrice Katarina Witt (passione nemmeno tanto segreta ma ovviamente non ricambiata anche di Eric Honecker, l’ultimo capo della dittatura) e la velocista Katrin Krabbe, abbattuta proprio all’epoca del crollo del muro dalla scure dell’antidoping. Gli sport di squadra ormai da qualche tempo avevano il fiato corto, anche perché le industrie erano in crisi nera. A distanza di nemmeno vent’anni sembravano ormai un lontanissimo ricordo d’infanzia i tempi in cui il ragno nero della DDR, il mitico portiere Juergen Croy (eroe nazionale ai tempi del mondiale ’74 e della vittoria sulla Germania Ovest) posava sorridente per i cinegiornali di regime nel reparto verniciatura di Zwickau dove si fabbricava la mitica Trabant e dove lui lavorava (si fa per dire, perché era un calciatore professionista di stato), giocando poi il sabato in serie A per i colori della squadra aziendale, il Sachsenring.

IL CAPOLINEA.

Anche il Carl Zeiss Jena, la Dinamo Berlino e le altre grandi polisportive erano ormai in agonia per colpa del taglio dei viveri e c’era già qualche nome importante che aveva scelto la fuga verso ovest a caccia non tanto dei colori quanto dei soldi. Gli anni ’80 si chiudevano tra la preoccupazione del presente e la paura del futuro e già nel cielo sopra Berlino cominciavano a passare i titoli di coda: il cortometraggio della Repubblica Democratica Tedesca era ormai bell’e finito. Un’avventura breve, durata solo quarantuno anni. Breve ma intensa. E soprattutto unica.

Da sport Mediaset.

Due casi: Katrin Krabbe e Heidi Krieger

Katrin Krabbe è una delle figure storiche dello sport tedesco. È stata il fiore all’occhiello della Repubblica democratica tedesca (DDR) e vinse la medaglia d’oro per i 200 metri ai mondiali juniores del 1988. Poi il muro cadde. La Repubblica federale tedesca (BRD) s’impossessò della campionessa, che diventò un idolo della Germania riunificata. Un giorno però arrivò una provetta d’urina, un test risultato positivo, e ci fu il tracollo. La storia di Katrin Krabbe è paradigmatica di com’è avvenuta la riunificazione dello sport in Germania. La fusione dei sistemi sportivi costituisce un caso a parte nel processo di riunificazione delle due Germanie. La DDR era indietro in tutti i settori, ma sfornava atleti nettamente superiori a quelli dell’Ovest. Ai giochi olimpici di Seoul del 1988, la piccola DDR riportò a casa 102 medaglie, contro le 40 della grande BRD. La riunificazione aveva scatenato l’euforia: l’est era fiero di mettere a disposizione le sue punte di diamante, l’ovest si rallegrava in anticipo delle grandi vittorie che avrebbero riportato gli atleti dell’est.

Il disincanto però arrivò presto, con numerosi dossier che rivelarono il coinvolgimento di alcuni atleti e allenatori con la Stasi (i servizi segreti della vecchia DDR): venne a galla il “doping di stato”. Ancora oggi, lo sport tedesco combatte l’eredità della DDR e molte vittime del doping organizzato dallo stato si battono per ottenere dei risarcimenti. D’altra parte, però, alcuni dei vecchi allenatori della DDR sono ancora in attività. Poco prima che iniziassero i mondiali di atletica di Berlino, che si tengono in questi giorni, la federazione si è affrettata a fornire dei certificati di discolpa riguardo cinque preparatori atletici in qualche modo coinvolti con le vicende del doping.

Oggi Heidi Krieger si chiama Andreas

Heidi-krieger

Heidi-krieger

Heidi Krieger vinse la medaglia d’oro nel lancio del peso femminile agli europei di atletica del 1986 a Stoccarda. Oggi la campionessa si chiama Andreas: è diventata un uomo perché il suo allenatore l’aveva riempita di anabolizzanti. Andreas fa parte delle 193 vittime del doping riconosciute dallo stato. “Gli allenatori e i medici dello sport della DDR si credevano Dio”, testimonia oggi l’atleta. Manfred Höppner ha confessato il suo crimine. C’è voluta l’opinione pubblica, la stampa, e forse anche Heidi Krieger. Höppner era il direttore aggiunto del dipartimento di medicina dello sport, fulcro del doping nella DDR. Tra il 1974 e il 1989, circa 100 mila atleti furono portati al massimo delle prestazioni a colpi di ormoni, in particolare con le pillole blu di Oral Turinabol. Höppner è stato giudicato e condannato.

In undici Olimpiadi, il paese raccolse 519 medaglie, tra cui 192 d’oro. Il segretario generale del Partito socialista unificato, Walter Ulbricht, li definì all’epoca, “diplomatici in tuta”; in realtà erano soldati in tenuta sportiva. Quasi 8000 allenatori lavoravano in questo modo. Nel 1989 la DDR spendeva ancora 400 milioni di marchi ogni anno per lo sport. Anche il piano “14.25” fa parte del miracolo sportivo della DDR. Sotto questo nome in codice, i capi politici avevano riunito a Berlino est funzionari e scienziati di diversi ambiti, allo scopo di ricercare nuove tecniche di doping sempre più efficaci. Quando cadde il muro, il 9 novembre 1989, quasi nessuno era a conoscenza di questo lato oscuro della DDR. Due concezioni dello sport si trovarono faccia a faccia: lo sport nazionale a est, concentrato sulle prestazioni, e il sistema dell’ovest, orientato alla pratica dello sport come piacere.

Mantenere un livello agonistico elevato

La fusione avvenne in gran fretta, senza troppe formalità. Il vecchio cancelliere Helmut Kohl si pronunciò in favore del “mantenimento del livello elevato” dello sport nella DDR. Mentre a Bonn si sognavano le grandi vittorie, a Berlino cominciava una corsa alla ricerca della verità. Il dipartimento di medicina dello sport era teatro di febbrili attività: bisognava far sparire di colpo gli anabolizzanti somministrati nella vecchia DDR. La storia dell’unificazione dello sport è anche quella della politica dello struzzo. Dopo la caduta del muro, le associazioni sportive hanno dovuto prendere molto rapidamente una decisione: dimenticare il passato o perseguire i responsabili del doping. Il Comitato generale della Federazione sportiva tedesca (Dsb) aveva già raccomandato nel 1991 il siluramento di tutti gli allenatori e gli assistenti che “non potevano dimostrare la loro estraneità al doping” nella DDR.

Chi aveva dunque il compito di vigilare? La Dsb? La federazione non aveva alcun interesse a farlo. Le associazioni sportive? Solo il personale qualificato dell’est era interessato. E lo stato? Lo stato lasciava il campo libero in ambito sportivo. Così gli allenatori incriminati hanno continuato a lavorare dappertutto: nelle società di nuoto, di sci o di atletica. Questo è accaduto fino al 1993, quando tutti i funzionari delle federazioni e i grandi allenatori furono costretti ad accettare che si passassero al setaccio le loro biografie. Così Heike Dresschler, beniamina di tutta la Germania fino a qualche mese prima, fu smascherata come collaboratrice della Stasi sotto il nome di “Jump” al tempo dei mondiali di Stoccarda. Avrebbe fatto la spia nei confronti di un compagno di squadra e avrebbe così guadagnato l’argento – ricostruzione che lei nega.

Testosterone

Doping-Dokumente è un libro uscito nel 1991 che ha cambiato lo sguardo sulla storia dello sport tedesco. In quello stesso momento Heidi Krieger abbandonava la carriera sportiva e attraversava un periodo di crisi a Berlino: cominciava a “sentirsi un uomo”. È solo nel libro che Krieger sente parlare per la primo volta di Oral Turinabol, di doping, del “piano 14.25”, dell’“ormone Heidi”: di se stessa. Scopre tra le pagine del libro come i suoi allenatori riuscirono a farla ingrassare. Una volta le diedero per 29 settimane una quantità di testosterone due volte maggiore di quella prodotta da un uomo nello stesso periodo. La pubblicazione del libro è stata come un big-bang. Il successo sportivo della Ddr era dunque un’enorme favola? I processi sono cominciati nel 1998, i tribunali hanno condannato allenatori, medici e scienziati per anni di carcere con la condizionale. Ma la volontà di giustizia ha finito con l’affievolirsi.

Manfred Höppner è stato condannato con la condizionale per provata complicità in lesioni corporee. Dal 2008 una nuova commissione è incaricata del caso e molte questioni sono state regolate. L’allenatore di pentathlon Klaus Baarck, anche lui implicato nel sistema di doping della Ddr, è stato scagionato. Baarck è andato alle ultime olimpiadi di Pechino, dopo aver consegnato una dichiarazione al Comitato olimpico in cui assicura di non aver mai distribuito prodotti dopanti. Oggi può assistere ai mondiali di Berlino avendo dichiarato il suo rammarico e presentato una lettera di scuse alla Commissione Steiner.

Da presseurpoe L’eredità del doping.

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