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Genova se la sai guardare, è come una perla preziosa che gioca a nascondersi tra gli anfratti del suo mare.

Come una bambina conscia della sua bellezza, si lascia guardare per un momento e poi torna a eclissarsi tra i suoi carruggi.

Avara di sentimenti, solo la luce del sole che d’inverno la accarezza furtiva, scioglie per un momento quella patina di apatia che la “superba” usualmente si blinda.

Genova appare così nuda e bella, fugace allo sguardo, maliziosa e testarda, con quelle stradine che come  dedali si estendono a vista d’occhio per poi interrompersi all’improvviso. Genova è un tripudio di colori, di sapori e profumi, di sale e di mare, di focaccia e di basilico.

Genova è come una bella principessa rinchiusa nella torre del castello, che guarda con immensa tristezza il suo triste destino.

Nel suo sangue ora, non scorre più la sagace ilarità dei vecchi stesi ad asciugare come panni al sole, nelle sue vene secche, solo la sabbia del tempo che fu’.

Non s’ode più il canto allegro del “trallalero”, e la ruvida poesia di De Andrè è stata chiusa per sempre tra le mura di quella via Del campo, che ora, spoglia della sua dignità, parla altre lingue.

Altri odori, altri sapori, altri colori e ben altri dialetti, si sono sostituiti a quelli ben più familiari, cari ai nostri vecchi. Quella “graziosa”, che donava la sua “rosa” è morta e con essa tutta la poesia di un mondo che mai più potrà tornare.

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