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La Domenica mattina ha un fascino particolare, se, di buonora ci si addentra nei vicoli dell’angiporto di Genova.

Si respira aria di festa, come solo in alcuni paesini si riesce a coglierne il sapore.

Le stradine che a rotta di collo precipitano verso il mare sono ancora bagnate, il sole timidamente violenta gli stretti spazi tra le case ammassate una sull’altra, disegnando fantastici arabeschi sul ciottolato umido.

Il rumore delle tazzine che dai caratteristici bar si espande, l’odore della focaccia che si mischia a quello del fritto e del piscio lasciato a decantare tutta la notte; le prime “signorine” sedute sull’uscio, che neanche lontanamente somigliano a quelle “graziose” così dolcemente cantate da De Andrè, loro parlano in un’ altra lingua, un idioma così diverso, che fa persino rimpiangere il dialetto napoletano che sino a pochi decenni or sono era la lingua principale, dopo il genovese ovviamente, della parlate dei caruggi.

 De votte a memoria, a volte la memoria torna indietro, in quel passato tutto suo,  custodito nel nostro cuore e che spesso in momenti di tristezza, ci fa’ venire in mente quei mosaici di vita, quei tasselli di un vissuto, che solo nelle fotografie e nel nostro cuore troviamo conforto e di ciò ne siamo grati.

A mia Cugina.

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