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Se c’è un ritorno vuol dire che c’è stata anche una partenza. Una partenza piena di entusiasmo, perché “forse”si andava cominciare una nuova vita, quindi ci si è dunque volontariamente allontanati da una quotidianità che in fondo dava sicurezza, per immergersi in un’avventura tutta da scoprire, piena di incertezze proprio perché nuova, ma dannatamente affascinante ed eccitante.

Un futuro tutto da riscrivere quindi, da ricreare su un foglio di una carta diversa, con un inchiostro di un altro colore, con l’entusiasmo di un bambino che per la prima volta scopre la pioggia, con l’incoscienza dell’ignoto.

Ci si sente eroi in qualche modo, valorosi e impavidi proprio perché è l‘ebrezza
dell’incognito che rende imprudenti e capaci di soverchiare anche un avverso destino.

Succede poi che un giorno tutte quelle certezze così come sono arrivate svaniscono di colpo, che ci si ritrova soli, bagnati e impauriti, in preda al freddo e al panico e quel posto che sino a poco tempo or sono era il paradiso sulla terra, di colpo si trasforma in un inferno inospitale a tal punto che si deve per forza trovare la forza di scappare, tutto duole e pure i ricordi più belli a quel punto fanno male come spine nei fianchi difficili da estirpare.

Se si decide di ritornare indietro è un’altra sconfitta, perché l’esercito delle certezze è stato sconfitto con un sol colpo da un destino avverso e dove nessun pensiero è così forte da cancellare le tempeste che infestano l’ animo e tutto ciò che è stato, ora appartiene a ieri, se invece si decide di restare, vivere diventa una lenta agonia che solo i veri eroi possono affrontare senza paura.

Ritornare ne varrebbe veramente la pena? E per cosa poi…

Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere.

Franz KafkaQuaderni in ottavo, 1916/18