In nome dell’amore!

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Premessa:

Allah akbar, significa Dio è grande o Dio è il più grande, è un’espressione che nella religione musulmana, è spesso usata nel richiamo da parte del muezzin per ricordare ai fedeli l’inizio del periodo d’elezione utile ad assolvere l’obbligo della preghiera canonica (salat). L’espressione è impiegata anche prima dell’effettiva esecuzione della salat, oltre che in altre occasioni non religiose in cui si voglia ostentare la propria fede islamica in Dio. 

Deus lo volt e cioè Dio lo vuole era il grido di battaglia di Pietro l’eremita nelle sue predicazioni atte ad arruolare i crociati (o meglio pezzenti e bambini)per la riconquista di Gerusalemme, usato anche poi da Papa Urbano II come vero “sponsor” per la prima crociata.

 Attinenza:

Queste due espressioni sarebbero il richiamo di Dio agli uomini, visto come l’ultimo incitamento e come baluardo di fede contro gli infedeli, già ma chi sono gli allora gli infedeli.

Si tende a chiamare infedeli, coloro che non seguono i precetti di una religione ma non i non cedenti, per questi ultimi v’è ben più triste sorte.

Possono essere infedeli, i cristiani che diventano mussulmani e  viceversa, o coloro che pur essendo di una data confessione non la rispettano nei precetti.

Ma dato che sono gli uomini che “spiegano” le leggi,anche e sopratutto quelle divine, ecco che tutto può essere travisato, ecco che per il cristiano, chi non professa la sua religione diventa così infedele e così pure per i musulmani.

Dio è unico per tutte e tre le “grandi” religioni monoteiste, allora come è possibile che un unico Dio abbia dato a tre popoli diversi, tre diversi leggi?

Perché attraverso i secoli si sono eretti come fari della fede la colta intellighenzia di chi voleva fare dell’ignoranza del popolo la lama della fede, per i propri “affari”.

Carl Marx non aveva poi tutti i torti a dire che le religioni sono l’oppio dei popoli, se si usa però l’ignoranza come arma rivolta contro lo stesso popolo, dividendolo in fazioni opposte e ostili, fomentando l’odio e la politica non è stata certo da meno, forse i politici hanno certamente appreso la sottile arte dell’inganno proprio dalle manipolazioni ecclesiali, facendone poi materia di propria attinenza.

Così recita il Corano: 

“Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.”(Sura At-Tawba IX, 29)

“I miscredenti dicono: “Non crederemo mai in questo Corano e neppure a ciò che lo precede”…Celeranno il loro rimorso quando vedranno il castigo, perché porremo i gioghi al collo dei miscredenti.” (Sura Sabâ’ XXXIV, 33)

“Gli empi infedeli riceveranno un doloroso supplizio” (Sura Al-Baqara II, 104)

“Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia reso solo ad Allah” (Sura Al-Baqara II, 193)

“Combatteteli finché non ci sia più politeismo e la religione sia tutta per Allah.” (Sura Al-’Anfâl VIII:39)

“O Profeta, combatti i miscredenti e gli ipocriti e sii severo nei loro confronti. Il loro asilo sarà l’Inferno, qual triste rifugio!” (Sura At-Tahrîm LXVI, 9)

“Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigrano per la causa di Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li troviate.” (Sura An-Nisâ’ IV, 89)

 Anche i cristiani hanno fatto sicuramente la la loro empia parte e non solo contro le altre religioni, ma soprattutto contro se stessa (vedi abligesi e catari, l’inquisizione e sicuramente in primis le crociate), e solo per citarne alcune.

Un’attenta riflessione sulla discesa di Cristo sulla terra e la sua manifestazione di mansuetudine e amore universale verso tutti, (anche se ci sono voluti secoli perché la chiesa cattolica ammorbidisse le sue dichiarazioni di ostilità verso le altre confessioni e se stessa), ha riportato la cristianità sui giusti binari.

Conculsione:

Papa Francesco ha dato una chiara e semplice lettura del perché si fa’ la guerra: E’ il suicidio dell’umanità, perché uccide il cuore, uccide proprio dove è il messaggio del Signore: uccide l’amore! Perché la guerra viene dall’odio, dall’invidia, dalla voglia di potere, anche, tante volte lo vediamo, da quell’affanno di più potere”, per poi concludere «Un solo Signore, una sola fede».

 La fede in cui tutti sino portati a credere fermamente è solo l’amore, che prescinde da tutte le religioni, dai colori della pelle, dalle razze e dai sessi, l’amore che ha molti nomi e un solo baluardo contro l’odio, l’essere umano.

I racconti della buonanotte: Nefos l’angelo delle nuvole

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Nel variegato Olimpo della gerarchia degli angeli, vi è una creatura celeste predisposta a ancora oggi a colorare il cielo. Questo Messaggero divino ha un nome; Nefos ed è del suo mito che vi voglio raccontare.

Nei primordi della creazione, quando cioè ancora la terra era in fase di assemblaggio, l’uomo non era stato ancora creato e il buon Dio che era troppo impegnato a modellare le forme di una terra ancora acerba.
Gli angeli però erano già numerosi, molti dei quali designati dal Creatore ad alcune specifiche competenze; vi era l’angelo predisposto ad accudire alle acque sia del mare, dei laghi e dei ruscelli, quello addetto alle montagne e alle valli, quell’altro incaricato di accudire gli esseri viventi appena creati, un altro ancora delegato al cambio del giorno nella notte e così via dicendo. Già le volte celesti issate a sorreggere il cielo sempiterno spiccavano per la loro maestà ma aimè il firmamento per quanto imponente fosse, mancava ancora di qualcosa. Il suo colore celeste come le vesti radiose degli angeli e irradiato dalla luce perenne del sole poteva alla fine venire a noia per quanto perfetto fosse, infatti sia di giorno che di notte, il firmamento non cambiava mai, tanto che anche gli angeli più pazienti avevano cominciato a mugugnare. Il buon Dio nella sua infinita pazienza, faceva finta di nulla, anche perché non aveva ancora incaricato nessuno dei suoi “sottoposti” a quell’incarico, che era stato invece preso in consegna da alcuni angeli, che tuttavia non potevano fare altro che cambiare il giorno nella notte e viceversa.

Nefos era un angioletto ancora molto giovane, quello che qui sulla terra si potrebbe paragonare a un bambino. Vivace ed esuberante, mal sopportava i rigidi regolamenti celesti, fatti di doveri e restrizioni. Poco incline all’obbedienza Nefos trascorreva il suo tempo facendo dispetti agli angeli più anziani; a loro nascondeva sovente gli attrezzi da lavoro e quando era pescato con le mani nel sacco, scappava a gambe elevate dileguandosi come poteva tra la natura appena sbocciata.

Un bel giorno però Nefos combinò un guaio che cambiò per sempre la natura del cielo.
Dopo l’ennesima marachella, Nefos fu affidato a un gruppo di angeli “anziani” con il compito di portare dei secchi d’acqua in modo da riempire tutte e acque dei fiumi. L’incarico dell’angioletto era appunto di trasportare i secchi di liquido da un punto all’altro dell’emisfero, in modo che tutti i corsi d’acqua della terra avessero lo stesso quantitativo di liquido.
Per un po’ il giovane angelo eseguì l’incombenza richiesta con dovizia e letizia, poi quando la monotonia del lavoro si mutò in noia, Nefos pensò bene a modo suo di rendere quel lavoro un po’ più divertente. Per prima cosa la creatura celeste contravvenendo alle severe consegne, spiccò il volo, (cosa proibita perché neanche una goccia d’acqua poteva andare presa, appunto perché troppo preziosa), pensando in quel modo di accelerare i tempi di consegna, oltre che a fare i dispetti come il suo solito alle creature alate che incontrava, tutto andò bene fino a quando sulla sua trattoria non incontrò un enorme volatile, il cielo è immenso, e tutti hanno vi hanno il loro posto, ma Nefos nella sua ingenuità volle sfidare la testardaggine del volatile, nessuno dei due voleva lasciare il passo all’altro, finché non si trovarono uno di fronte e si sarebbero sicuramente cozzati contro, se Nefos non avesse sterzato d’improvviso. Aimè, i due secchi che portava si rovesciarono e l’acqua in essi contenuta invece di precipitare a valle, si impressero nel cielo macchiando per sempre quel celeste trasparente. Il piccolo angelo fu colto da grande spavento e non sapendo come fare, pensò come prima cosa di scappare il più lontano possibile. Durante la sua fuga e in preda al panico, però si rese conto che non avrebbe potuto fuggire lontano, senza incorrere nelle ire del padre celeste, così arrestò la sua corsa e torno indietro sul luogo del misfatto.
Le due macchie blu scure in mezzo alla volta celeste erano ancora lì, enormi e minacciose, possibile che ancora nessuno si fosse accorto di tutto ciò? Nefos non ebbe il tempo di domandarselo, la sola cosa che poteva pensare era come fare sparire quelle due chiazze. La seconda cosa che li venne in mente fu di cancellarle, ma non avendo poteri non poteva farlo dal niente, così decise di “pulirle”. In meno che non si dica scese sulla terra, raccolse dagli alberi alcune fronde rigogliose, le legò a un ramo robusto e con questo strumento cominciò a passarlo sulle due macchie, pensando in questo modo di eliminarle.
Quale fu la sua sorpresa quando invece di cancellarsi le due enormi macchie, presero a mescolarsi tra loro, e più l’angioletto si dimenava col suo attrezzo per toglierle, più le due macchie si mischiavano creando delle sfumature che il cielo sino allora non aveva ancora conosciuto. Il celeste si mischiava la blu dell’acqua creando le nuvole, amalgamando così anche il verde dei fogliami e l’ocra dei rami, pure la luce del sole come per scherzo ci mise del suo, giallo e arancione, riflessi e riverberi, il cielo stava cambiando dimensione e colore, l’acqua muschiata al cielo, donò la pioggia, e più il giovane angelo si impegnava a limitare i danni, più il cielo si arricchiva di tonalità e colori, tanto che anche gli altri angeli, si fermarono per ammirare tale lavoro e persino il Padre eterno smise di creare e si recò a vedere cosa stava succedendo. A tal espressione di laboriosità, pure Lui accennò un sorriso, donò al cielo la pienezza dei colori e al buon Nefos il compito di colorarne le volte.

Certo ci vuole maestria e ingegno, fantasia e laboriosità infinita, per dipingere le volte celesti dei mille colori della natura. Da quel momento che Iddio mandò in terra, mai il cielo fu colorato degli stessi colori, mai le nuvole ebbero la stessa forma, le identiche tonalità, alcune gocce di nuvole caddero allora sulla terra e alcuni uomini se ne dissetarono e nacquero da essi la stirpe dei pittori. Nefos da allora armato di colori e pennelli dipinge il cielo e le nuvole e se qualche volta si scorge il firmamento azzurro senza neanche una nuvola, vuol dire che l’angelo pittore è dall’altra parte del globo a dipingere con la sua arte i sogni dei poeti e le visioni dei pittori, l’armonia degli innamorati è legata al suo tinteggio e le fantasie dai bambini ai suoi capricci.

Le nuvole sono i sogni, che come fece Nefos agli albori del mondo, cozzarono contro il volo delle emozioni e scrivono ancor oggi con i colori dell’immaginario le più belle fiabe che l’uomo potesse mai raccontare, peccato che nessuno a tutto oggi le sappia più leggere.

angelo

Il fascino indiscreto del rischio.

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La cucina etnica si propone di far conoscere la cultura della gastronomia al di fuori dei confini nazionali, proponendone le ricette.

Diventata una vera e propria moda, forse più un fatto di tendenza che la voglia di cultura, questa mania sta’ contagiando un poco tutti, tanto che si è persa la sana curiosità di conoscere e capire, perché la cucina di un popolo rispecchia non solo la sua cultura, ma è l’anima stessa.

Affascinati da ciò che è lontano da noi, da quel misticismo orientaleggiante che è la cultura cinese e giapponese, da quell’arte complicata che mescola bellezza e fatalità, ci addentriamo nella macchinosa arte della cucina, assaporandone le fantasiose e ardite alchimie di gusti e colori, spesso dimenticandoci cosa ci sia dietro.

Si può giocare con la vita come in una roulette russa semplicemente stando seduti a tavola. Un gioco antico ma sempre attuale, il fascino indiscreto dell’azzardo è eccitante, rischiare la vita a ogni boccone può essere molto più seducente che il sesso.

Per molti la parola “Fugu”, non dirà quasi nulla, ma per i cultori della gastronomia giapponese è l’estasi del tutto.

Questo è un piatto della cucina tipica nipponica è un pesce palla molto velenoso dove il fegato, il cuore, la pelle e le ovaie nelle femmine sono piene di tetrodotossina un veleno 100 volte più potente del cianuro di potassio.

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 Il “fugu” si è consumato da secoli in Giappone  Si sono trovate prove che ne attestano la consumazione nel Periodo Jōmon (che va da circa il 10000 a.C. fino al 300 a.C. ). Durante loshogunato Tokugawa (1603-1868) ne venne vietato il consumo  nella zona di Edo, ma il divieto non durò a lungo. Il piatto fu nuovamente proibito durante il periodo Meiji(1867-1912).

In Giappone dal 1958, in seguito all’elevato numero di morti (420 nel biennio 1956-1958), un cuoco, per poter preparare e servire il fugu, deve obbligatoriamente ottenere una licenza speciale rilasciata dal ministero competente, la fugu chirishii menkyo, che viene concessa solo dopo un esame sia scritto che pratico, durante il quale fra le altre cose il candidato deve saper riconoscere oltre 30 specie della famiglia cui il pesce appartiene. Sempre in Giappone è proibito servirlo al tavolo dell’Imperatore.

In Italia è proibito il commercio a scopo alimentare a partire dal 1992. Negli Stati Uniti esistono pochi ristoranti giapponesi autorizzati, ma il pesce deve essere importato dal Giappone, in filetti e congelato.

Il piatto più popolare è fugu sashimi, affettato in modo molto sottile, decorato e preparato in modo da ricordare il crisantemo, (in Giappone il fiore dei defunti). Il fugu può esser servito fritto, ed è il Fugu Kara-age. Hire-zake invece è un piatto a base di pinne fritte accompagnato da sakè caldo.

Fugu_sashimi

Nel Fugu-chiri, il fugu è bollito insieme ad ortaggi.

Piatto ricercato e carissimo, le otto portate che consistono il piatto possono arrivare anche a costare oltre mille dollari e ciò nonostante tutta la cura e la perizia nel prapararlo, il rischio è sempre presente ed è questo pericolo costantemente presente più che il gusto a rendere questo piatto un azzardo, ma questo forse succedeva un tempo, adesso probabilmente è solo un vanto con cui gloriarsi con gli amici.

Altre informazioni:  http://it.wikipedia.org/wiki/Fugu_(cucina)

La morte di renderà giustizia.

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La morte ti farà bella, ti sbiancherà le gote e ti metterà il rimmel agli occhi, ti cotonerà i capelli e donerà il suo anello, ti vestirà di banco e ti carezzerà i talloni.

 

 Gelosa come un amante ti vorrà tutta per sé, come vuole per sé tutto ciò che è bello e che non deve sfiorire.

 

 La bellezza non ha sesso né età, non ha colore né accento, non conosce né ricchezza né povertà, né cultura né ignoranza , né distingue il giorno dalla notte, la bellezza era nel tuo sguardo sul letto di morte. 

 

 Così una mattina un raggio di sole entrò dalla finestra e ti rubò alla vita, troppo bella per seccare nel deserto e troppo fragile per resistere al vento volasti come via il battito d’una farfalla, di te rimase solo una fotografia una rosa bianca su un letto immacolato.

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Pericolose assonanze. A proposito dei “giovani turchi”.

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La storia ci dice che:

La denominazione collettiva di Giovani turchi (italia), fu coniata dalla giornalista Egle Monti per descrivere quel movimento di giovani politici sardi che, il 19 marzo 1956, compirono un exploit vincendo inaspettatamente le elezioni per il direttivo provinciale sassarese della Democrazia Cristiana. Il nome era un riferimento al movimento giovanile dei Giovani Turchi che portò istanze radicali di cambiamento e rinnovamento nell’Impero ottomano a inizio Novecento.

I principali esponenti di questo rinnovamento, capeggiato da Francesco Cossiga, furono Antonio Giagu De Martini, Pietro Soddu, Paolo Dettori,Michele Corda, Pietro Pala, Angelo Solinas, Piero Are, Mario Dedola e Giuseppe Pisanu; tutti diverranno politici di primo piano a livello regionale e nazionale.

I Giovani Turchi (turco Genç Türk o Yeni Türk o Jön Türk) (Turchia), erano gli appartenenti ad un movimento politico della fine del XIX secolo (prima noti col nome di Giovani ottomani) affermatosi nell’Impero Ottomano, ispirato dalla mazziniana Giovine Italia, e costituito allo scopo di trasformare l’impero, allora autocratico e inefficiente, in una monarchia costituzionale, con un esercito modernamente addestrato ed equipaggiato. Essi raccoglievano inoltre l’eredità dei Giovani ottomani, il movimento semi-clandestino della seconda metà dell’Ottocento che si proponeva obiettivi liberali e costituzionali, contribuendo alla Costituzione del 1876.

I Genç Türk sono stati responsabili del Genocidio armeno, talvolta Olocausto degli Armeni o Massacro degli Armeni (inlingua armena Հայոց Ցեղասպանութիւն Hayoc’ C’eġaspanowt’yown o Մեծ Եղեռն Medz Yeghern “Grande Crimine”, in turco Ermeni Soykırımı “Genocidio armeno”, a cui talvolta viene anteposta la parola “sözde”, “cosiddetto”) si riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il primo è relativo alla campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II negli anni 1894-1896; il secondo è collegato alla deportazione ed eliminazione di armeni negli anni 1915-1916. Il termine genocidio è associato soprattutto al secondo episodio, che viene commemorato dagli Armeni il 24 aprile.

Un poco di storia:

Nel periodo precedente la prima guerra mondiale all’impero ottomano era succeduto il governo dei «Giovani Turchi». Loro temevano che gli armeni potessero allearsi coi russi, di cui erano nemici. Il 1909 registrò un eccidio di almeno 30.000 persone nella regione della Cilicia.
Nel 1915 alcuni battaglioni armeni dell’esercito russo cominciarono a reclutare fra le loro fila armeni che in precedenza avevano militato nell’esercito ottomano. Intanto l’esercito francese finanziava e armava a sua volta gli armeni, incitandoli alla rivolta contro il nascente potere repubblicano. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione proseguì l’indomani e nei giorni seguenti. In un solo mese, più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al Parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada.
Arresti e deportazioni furono compiute in massima parte dai «Giovani Turchi». Nelle marce della morte, che coinvolsero 1.200.000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Queste marce della morte furono organizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, secondo le alleanze ancora valide tra Germania e Impero Ottomano (e oggi con la Turchia) e si possono considerare come “prova generale” ante litteram delle più note marce ai danni dei deportati ebrei durante la seconda guerra mondiale. Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall’esercito turco. Le fotografie di Armin T. Wegner sono la testimonianza di quei fatti.

Malgrado le controversie storico-politiche, che saranno trattate nella sezione che segue, un ampio ventaglio di analisti concorda nel qualificare questo accadimento come il primo genocidio moderno e soprattutto molte fonti occidentali enfatizzano la “scientifica” programmazione delle esecuzioni.

(fonte wikipedia).

Attenzione a non evocare certi fantasmi dal passato, perché può tornare indietro, e se ciò avviene, vuol dire che millenni di storia non hanno insegnato nulla la genere umano.

RVassallo Aprile 2013

Armenian genocide

Armenian genocide

L’amore è uno padrone crudele e la lussuria il suo servo fedele

…E così, mi scopro dopo quasi trent’anni a finire ciò che doveva già da tempo essere concluso.

L’amore è uno padrone crudele e la lussuria il suo servo fedele.

Quando ti genufletti dinnanzi al tuo padrone indossando solo le catene, lascia la tua schiena nuda alle carezze dello scudiscio, mentre strisciando come un verme invochi amore al cuoio sordo dello staffile.

Vendi ogni giorno la tua dignità per pochi grammi di ciò che credi sia amore, perché se l’amore è un padrone crudele, la lussuria il suo servo fedele.

Il tuo sadico padrone ti ha addestrato per bene, prendi ora il cibo dalle sue mani, e quando accenna il tuo nome, corri come in presa agli spasmi più atroci, la paura è la tua museruola e il desiderio sono le tue manette, sono quelle, le borchie che ti inchiodano alle tue miserie.

Tu sei solo uno schiavo devoto e ubbidiente, inconsapevole e umile, piccolo e inutile, perché l’amore è un padrone crudele e la lussuria il suo servo fedele.

Uccidi te stesso e scambiando una coltellata per un bacio e getti via la tua inutile vita, perché sei cieco, abbagliato dal riflesso del buio che tutto cela e sotterra.

Preda delle passioni più torbide, annulli il tuo ego, svendi la tua dignità e mercifichi la tua carne, perché sei nato schiavo e schiavo rimarrai per il resto dei tuoi giorni.

L’amore è uno padrone crudele e la lussuria il suo servo fedele, e tu, e lei solo carne da macello, schiavi per sempre delle vostre inconfessabili misere voglie.

Le Litanie di De Sade

Gocce di memoria, un altro tassello.

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La rete è come un immenso cimitero, dove puoi trovare cose che credevi perse per sempre, poesie, pensieri, altri tasselli che si aggiunge alla memoria per raccontare quel vissuto, quelle sensazioni che si credevano persi, parole, che riemergono dal tempo e che grazie a internet forse sono destinate a diventare immortali, come i rottami spersi nello spazio infinito.

Le litanie di De Sade.

Uomini e donne,
come carne da macello, povere bestie che vanno meste alla monta.
Chi sarà mai che ha detto mai che si deve morire?
E dunque?
V’è forse quindi morte più bella
che affogare tra la saliva nauseabonda delle tue labbra?
V’è forse dunque morte più agognata
che soffocare tra i tuoi smisurati seni?
E’ così dunque essenziale, la nostra presenza in quest’assurdo mondo in quanto a bestie da circo?

E allora che venga pure la Morte,
a noi esseri eletti non può importare.

Uomini e donne come bizzarre comparse nell’immenso circo della vita, eccoci qui come giocolieri e bari, mantenuti e puttane, ladri e assassini, santi e madonne.
Signori vengano pure avanti che c’è posto per tutti qui sul palco,
ognuno è attore di sé, ognuno è la caricatura di sé.

Ma è poi così essenziale,
la nostra presenza in quest’assurdo mondo,
in quanto a bestie da circo e carne da macello ?
E allora ?
Che venga pure la Morte,
a noi esseri eletti non può importare.

Uomini e donne,
avvinghiati come in assurdi amplessi,
intenti solo a ricercar piacere,
ma v’è dunque deliziare più sublime
del tormento della carne,
v’è allora appagamento più grande
che l’estasi del desiderio?
Chi sarà mai chi ha detto che si deve morire ?
E se dunque?
Che venga pure la Morte, a noi esseri eletti, non può più importare.

1983 Genova.

RVassallo.

Gocce di memoria

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Tutto va’ e tutto ritorna, nulla è cambiato, solo i capelli sono più grigi, ma lo spirito e le parole quelle no, non invecchieranno mai, sono state forgiate dal tempo, e il tempo è saggio e sa’ leggerle.
Le parole non moriranno mai perché sono le uniche cose che ci rendono immortali.

Un grazie a Paola, per avere conservato per quasi trent’anni il ricordo della nostra gioventù.

uno

uno 1

uno 2

uno 3

Primavera

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SpringNon lasciate le vostre lacrime cadere nel vuoto della tristezza, fatene inchiostro per scrivere la vostra più bella storia, non lasciate le vostre risate riecheggiare nel vuoto, fatene rumore in modo che si possano espandere e dare gioia a chi non ne ha, siate come il vento di primavera, che annuncia sempre la buona stagione…

La sensibilità in un click: Lara Khatchikian

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Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Lara Khatchikian, e, la prima cosa che ti colpisce dopo il suo sguardo profondo e orgoglioso è la sua sensibilità, una percettibilità che traspare da subito nella sua arte; perché proprio di arte si tratta.

Di solito noi profani, pensiamo alla fotografia come a una magia, un’alchima per imprigionare il passato, come ricordi impressi su carta che inevitabilmente si deteriorano con il tempo.
Che cosa rende dunque le immagini di questa giovane fotografa diversa dalle altre.
La sensibilità, quella sensibilità tutta femminile di vedere le “cose” non nel loro contesto, ma in una nuova dimensione, quella dell’universo delle donne.

I soggetti di Lara sono le persone, dove riesce a cogliere aspetti che l’occhio non vede, sono oggetti comuni, che rivivono di una propria vita, sono parenti e perfetti sconosciuti, che attraverso le sue immagini, rivelano una propria anima, una loro intimità.
Sono l’universo filtrato attraverso la poesia di una reflex, senza artefizi da photoshop, semplici visioni della realtà.

Liriche in bianco e nero, tasselli di vissuto, momenti di persone che forse non incontreremo mai, ma che segnano inevitabilmente anche solo per un momento, i nostri pensieri.
Quasi mai chi guarda una foto, si pone delle domande, al massimo si limita a dire “bella”. Lara impugna la reflex e come una matita disegna, le ombre, i chiaro scuri, lo stesso bianco, assume nuove tonalità, quelle dell’anima.

Una fotografia non si guarda solo con gli occhi, sarebbe troppo riduttivo, una fotografia, si assapora come un disegno, pensando al momento prima e quello dopo in cui è stata scattata.
La sensibilità non si impara in pochi giorni, la sensibilità non si misura in ISO, la sensibilità è la luce che attraversa i nostri occhi e si ferma sul nostro cuore, quella è la fotografia dell’anima e qualla non sbiadirà mai.

Per saperne di più: 500px.com/Laryssa

Lara Khatchikian Photography: www.facebook.com/larakhatchikian

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