La notte di Ognissanti

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Preambolo:

– Si dice che la notte di Ognissanti sia una di quelle notte speciali, perché la chiesa sulla terra onora in un unica festa la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, è la festa che unisce il cielo e la terra e allo stesso modo congiunge i morti e i vivi.

La porta che divide il mondo dei morti da quello dei vivi in questa notte si apre, e ciò che era legato in terra può essere sciolto, tutto è lecito sino a che le luci dell’alba non riportino in ordine le cose.

In una notte come questa due mondi si mischiano e gli incubi diventano realtà, le paure diventano reali e prendono vita, perché in questa notte dove è tutto concesso, anche la morte ha la sua gloria -.

Così due coppie di amici invece di trascorrere la notte di Ognissanti chiusi in casa a guardare il solito film dell’orrore, decisero di andare fuori in mezzo alla gente.

Era quasi sera e i quattro amici si avviarono verso il centro città.

Dappertutto c’erano gruppi mascherati che inscenavano macabre rappresentazioni, erano per lo più storie di fantasmi che secondo le leggende ancora infestavano certe zone, oppure erano raffigurazioni di delitti che avevano riempito le pagine dei giornali di cronaca nera cittadina negli anni addietro.

I quattro amici assistettero curiosi per un po’ alle varie raffigurazioni, poi quando i morsi della fame si fecero sentire, decisero di andare a mangiare nel locale più vicino.

Le coppie di amici notarono un bar poco lontano, strano pensarono entrando “è vuoto”, con tutta la gente che affollava i vicoli a quell’ora, era anormale che quel locale non avesse nemmeno un avventore al suo interno, meglio così, forse senza clienti il servizio sarebbe stato migliore.

All’interno del bar le luce era così fioca che quasi non ci si vedeva, i tavoli erano tutti sconnessi e le sedie non facevano un paio le une con le altre, e poi l’aria era così umida e appiccicosa che si faceva fatica persino a respirare, ecco perché il locale era vuoto e quindi si avviarono di fretta verso l’esterno per cercare un altro posto dove mangiare qualcosa.

Inutile affannarsi, gli altri bar erano tutti pieni zeppi, con lunghe code fuori ad aspettare il proprio turno, e allora che fare? Attendere? E sino a quando? No, assolutamente no, la fame si faceva sentire e aspettare non era il caso tanto più che presto sarebbe cominciato il gioco della “caccia allo zombie”.

I quattro amici quindi ritornarono mesti al bar dai tavoli sconnessi, sperando che qualche altro povero cristo affamato si arenasse in quel posto infausto, ma nulla, il locale era vuoto e tetro più di prima. All’inferno pensarono, mangiamo qualcosa più veloce della luce e scappiamo fuori, sempre ammesso che ci sia un’anima viva a servirci.

In effetti qualcuno venne a prendere le ordinazioni e tutto parve tornare alla normalità, cosicché ai quattro tornò pure il sorriso allorquando videro sedersi ai tavoli un folto gruppo di presone mascherate da zombie che cominciarono da subito a fare chiasso e a scherzare. Erano le comparse della “caccia agli zombie”.

Il tempo passò e giunse quasi la mezzanotte quando i quattro decisero di avviarsi per partecipare alla caccia, ma mentre uscirono incrociarono lo sguardo di un figurante seduto poco distante; due occhi verdi come smeraldi e penetranti come lame, incontrò gli sguardi quasi intimoriti dei quattro amici, e subito un brivido freddo percorse loro giù per la schiena, un gelo che per un attimo gli inchiodò al pavimento, poi la comparsa dagli occhi di giada accennò un sorriso e bastò questo a sciogliere i quattro come neve al sole.

La piazza era gremita di gente, tutti pronti a scattare al segnale, da un lato i cacciatori e dall’altro gli zombie ululanti, l’eccitazione era al massimo ed esplose quando iniziò del gioco.

In pochi secondi la piazza si svuotò di colpo e solo i quattro amici rimasero fermi, indecisi sul da farsi.

“Siamo in gioco allora giochiamo”, così i quattro s’incamminarono tra i meandri dei vicoli della città vecchia.

Chi non conosce le viuzze della città vecchia può correre il rischio di perdersi e nella notte di Ognissanti questo è certo al 100%, così dopo poco i 4 amici si persero, e tutti i viottoli che percorsero in tutti i sensi conducevano sempre nello stesso posto, tutti uguali l’uno all’altro e inutile fu usare il GPS del cellulare, poi quando una fitta nebbia cominciò a scendere, per i quattro fu il panico più totale.

Inchiodati nello stesso posto e con la foschia sempre più fitta, fu inutile anche chiedere aiuto e anzi più forte gridavano, meno sembrava uscisse la voce, poi l’umido, il freddo, la nebbia e quel senso di disperazione che attanaglia quando si pensa di non avere più via d’uscita, di colpo svanirono come d’incanto, ma invece di ritrovarsi in una piazza del centro città, i quattro ebbero la sorpresa di ritrovarsi in un cimitero…

La notte di Ognissanti

L’odore della terra bagnata può essere una gradevole nota per chi si trovasse di giorno in una radura, me è invece una spiacevole sensazione se annusata in un camposanto tra lapidi rovinate dal tempo, tombe vuote e fiori rinsecchiti lasciati nei vasi da secoli, tra il terreno sconnesso e pozze putride maleodoranti e con da lontano i gracidii delle cornacchie e lo stridio della civetta come funebri litanie.

Era solo da poco passata mezzanotte e una leggera brezza prese a soffiare, dapprima quasi dolcemente e sembrò attenuare il senso di disagio che oramai si era impadronito dei quattro amici, poi il venticello si fece vento, quindi si tramutò in tempesta, dal cielo caddero fulmini, lampi e tuoni scatenando un’orgia di luci e rumori, si aprirono le cataratte del firmamento e fu diluvio.

I quattro amici cercarono di trovare un rifugio almeno per riparasi dall’acqua, ma il terreno diventato fango impedì loro ogni movimento, tanto che anche tentare di liberarsi dalla morsa della melma richiedeva uno sforzo enorme. L’unione fa la forza dice il proverbio e i quattro in qualche modo riuscirono per lo meno a rimettersi dritti, ma la pioggia imperversava ancora ed era quindi di primaria importanza trovare un riparo.

Poi d’un tratto la pioggia cessò, il vento smise di soffiare, finirono i lampi e i tuoni, gli uccelli smisero di sibilare e un gelido silenzio s’impadronì della scena, si trattenne il fiato sino a scoppiare, perché quello era una quiete che non presagiva nulla di buono, un silenzio così assordante che era impossibile non averne paura.

Poi quel silenzio fu interrotto da qualcosa di disumano, urla atroci incendiarono tutto d’intorno, lamenti lugubri e un odore di carne marcia appestava l’aria.

Sì, si poteva scorgere tra le lapidi lontane ora illuminate dalla luce della luna, delle sagome che si muovevano a lentamente, alcune sembravano zoppicare, altre strisciare, e quelle urla inumane che si facevano via via più vicine e forti. C’è chi gridò di scappare, sì ma dove?

Poco distante si ergeva come un faro nella notte una grande tomba di famiglia, l’unica nelle vicinanze, i quattro la raggiunsero non senza difficoltà e gli zombi si avvicinassero sempre più, tanto che oramai facevano capolino tra le lapidi più vicine e si poteva annusare il loro puzzo di morte.

La catena che teneva chiusa l’inferriata per entrare nella cripta non fece resistenza e i quattro entrarono.

La tomba sembrava abbandonata da secoli, i loculi erano vuoti e le ossa erano sparse alla rinfusa sul pavimento, i quattro riuscirono a richiudere il cancello e in qualche modo l’orda di zombie rimase fuori come se ci fosse qualcosa in quella cripta capace di tenerli lontano.

Tornò di colpa la calma e tutto si quietò, sopraffatti dalle emozioni e al sicuro i quattro si assopirono come sassi.

Doveva essere l’alba quando si risvegliarono, perché fuori stava facendo chiaro e nessun rumore si sentiva più, i quattro quindi si fecero coraggio aprirono il cancello e titubanti uscirono allo scoperto, fuori non c’era nessuno, si sollevò sospiro di sollievo, “dai ora usciamo”…

D’un tratto balzarono nascosti dietro alle lapidi gli zombie che avevano aspettato in silenzio tutta la notte e di nuovo quelle grida disumane appestarono l’aria, in mezzo a quell’orgia di morti viventi, qualcuno riconobbe in uno zombie quel figurante dagli occhi di smeraldo freddi e taglienti:- “hey ma io ti conosco” disse… E l’uomo dagli occhi taglienti di smeraldo ricambiò con un sorriso, il gioco era finito perché il sole stava scalando verso i gradini più alti del cielo, l’aria era fresca e tutto era ok.

Poi un urlo agghiacciante scosse come un terremoto e quell’orda di zombie parve risvegliarsi dal loro torpore…A una ragazza venne mozzata la mano con un solo morso, a un ragazzo gli venne divorato il cervello…

Leggenda narra che quando al mattino nella piazza dove si svolse il gioco passò come di consueto uno spazzino, trovò per terra i resti di un cellulare, pareva fosse finito sotto un treno, ma sul suo display una foto ben visibile; forse un selfie, quattro ragazzi sorridenti si erano immortalati con un gruppo di persone alle spalle mascherate da zombie… “Bhè ognuno ha il diritto di divertirsi come crede” commentò lo spazzino, poi pensò per un attimo sul da farsi, quindi scosse la testa e rimise il cellulare dove lo aveva trovato; “meglio stare lontani da certe cose portano solo guai” mormorò e continuò il suo giro come se nulla fosse successo.

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Colonia 51 – Reset

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La storia rincorre se stessa ripetendosi ed edifica sulle macerie del suo passato delle nuove civiltà, dove da sempre il nuovo ordine prende il posto di quello vecchio, che inevitabilmente ripercorre con cieca ostinazione lo stesso percorso.

Si distrugge per riedificare, ma la maggior parte delle volte ci si dimentica di portare a termine l’opera di ricostruzione, perché è sempre meglio seguire le orme sicure del passato, che avventurarsi per nuovi sentieri.

La storia insegna e la storia ammonisce, dove penderà l’ago della bilancia?

La libertà è solo un’utopia che per alcuni vale la pena morire, mentre per altri una parola da sventolare per richiamare le allodole quando tentano di spiccare il volo.

Guarda il secondo capitolo:

 

 

Colonia 51

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Colonia 51

Video diario di un pianeta che scompare.

Intro

2168 la terra dopo i disastri dell’ultima guerra nucleare, affronta l’ultimo periodo della sua travagliata storia; la sua popolazione si è drammaticamente ridotta a meno di un quarto e le sue risorse sono praticamente scomparse, il clima è arido e la superficie dei mari è diminuita a tal punto che le poche pozze di acqua salata sono ridotte a discariche di rifiuti di ogni genere, l’aria è irrespirabile e fuori dagli agglomerati urbani (colonie), è necessario usare la maschera.

Dopo l’ultima grande guerra, c’è stato come un ripristino generale, tutto quello che nei millenni addietro sono stati per l’umanità i cardini del suo sviluppo (libertà, uguaglianza, tolleranza, condivisione, istruzione, ecc.) è stato tutto cancellato, ripartendo da zero, anzi dall’anno zero.

Sono così passati 68 anni da quel nuovo inizio, ma la nuova era è solo appoggiata sulle macerie ancora fumanti di antiche “vestigia” dure a morire, non è quindi bastato ricominciare da zero, mettere fuori legge tutte le religioni, radere al suolo i musei, le scuole, le università, le chiese, le moschee e le sinagoghe, non è stato sufficiente rimuovere milioni di anni di storia e riscrivere un nuovo alfabeto, vaporizzare etica e morale per innalzarne di nuove, infettare i fiumi e l’aria per eliminare chi non si “conforma”, non è con la selezione che si costruisce un’umanità migliore, né vivere in eterno prorogando all’infinito un ego malato.

Questa è la terra oggi, ammassi urbani zeppi all’inverosimile, dove sopravvivere è l’unica cosa che conta, e dove non esiste più il domani.

In questo caos dove si è ritornati indietro di secoli, dove ci si riscalda col fuoco, e il futuro è solo arrivare vivi al giorno dopo, un uomo scopre in un locale abbandonato alcuni componenti elettronici ormai in disuso e in qualche modo cerca di assemblarli, vi riesce e allora tenta di comunicare con l’esterno, il suo grido di aiuto disperato si trasforma col tempo in un diario, dove annota riflessioni e racconti di vita vissuta, e aspetta che da qualche parte dell’universo o in qualche tempo sparso nell’iperspazio qualcuno ascolti il suo messaggio.

Il narratore è Alpha, un uomo sui 55 anni scampato alla guerra e all’ultimo esame di idoneità e fuggito nella colonia 51, una colonia ribelle ai margini della società, una colonia che doveva essere “estinta”, ma che cause fortuite continuano a rimandarne l’annientamento.

Guarda il trailer:

Colonia 51 – Intro

La notte di Halloween

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Cosa succede quando gli incubi escono fuori dagli specchi nella notte di Halloween? Cosa faresti se fosti inseguito da un angolo remoto del tuo passato, del quale hai rimosso il ricordo? Ti fa paura dormire la notte quando sei da solo? Questa notte è una minaccia e tu preghi solo che il giorno torni e torni presto…Buona lettura

Herbet il taglialegna sta tornando…e ti sta cercando…

Leggi il racconto

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Aspettando Halloween

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Halloween è alle porte e allora prepariamoci con un piccolo racconto e facciamo la conoscenza di Herbert il taglialegna.

Un parco di divertimenti, una casa degli orrori, degli amici che vogliono provare il brivido dell’avventura e uno strano personaggio che fa parte di un’altra realtà, si rincorrono in questa piccola storia.

Tutto accade in una sola giornata, dove succede di tutto..e dove…bhé se volete saperne di più non vi resta che leggere il racconto.

Vi lascio il link qui sotto, buona lettura.

bit.ly/LacasaDellOrrore

Herbert il taglialegna

Bocca di rosa (mai dimenticata riposa)

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Bocca di Rosa
Fabrizio de André.

La chiamavano Bocca di Rosa
metteva l’amore, metteva l’amore
la chiamavano Bocca di Rosa
metteva l’amore sopra ogni cosa.
Appena scesa alla stazione
del paesino di Sant’Ilario
tutti s’accorsero con uno sguardo
che non si trattava d’un missionario…

Così in un Sabato pomeriggio uggioso quanto ventoso, lascio che siano i miei passi a guidare il mio andare e senza l’inganno del tempo mi ritrovo a passeggiar pallido e assorto in una immortale poesia…

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La Vecchia stazione di S. Ilario (oggi privata abitazione)

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l’acrostico di Max Manfredi

  • Componimento poetico nel quale le prime lettere di ogni verso, lette per ordine, danno un nome o altre parole determinate.

 

10/Aprile/2016

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Siete mai scesi giù per Nervi al mattino presto, quando il sole fa capolino dalle brume notturne e l’odore del mare aleggia semi addormentato sulle barche in ozio sulla spiaggia e la fragranza della focaccia appena sfornata inzuppa l’aria del mattino, dove le grida dei bambini sono ancora intrappolate nei loro sogni innocenti.

Solo i vecchi che sembrano non dormire mai, si godono questo silenzio, i loro sguardi già navigano al di la delle onde e i loro gesti lenti e pigri come il volo dei gabbiani, si ripetono come pennellate di quadri antichi.

Poi un raggio di sole che s’inerpica lento su per i muri nudi di case millenarie tutto trasforma, tutto sembra prendere vita e quei vecchi che prima esitavano sulle panchine, spariscono d’incanto.

Se non siete mai scesi per Nervi al mattino presto e vi accingete a farlo, ecco, fatelo in silenzio, in punta di piedi, senza fiatare, per non rompere quell’idillio immacolato che c’è tra da tempo immemore l’uomo e il mare.

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Il porticciolo di Nervi la Domenica mattina

La moglie di nessuno (breve racconto)

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La notte di San Silvestro ha qualcosa di magico e porta delle storie con se, rimangono scritte nell’aria gelida della notte sino all’alba o sino a che qualcuno non si prenda la briga di leggerle…poi tutto ritorna normale e la vita riprende…

Sono passati quasi sei lunghi mesi dall’ultimo post e in questo lasso di tempo ne sono successe di cose, ma la cosa più bella è che nonostante tutto, sia rimasta intatta la voglia di scrivere e e raccontare storie, come la storia di Ginger, conosciuta in una notte di San Silvestro e svanita con le prime luci dell’alba…

Leggi il racconto

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Pensieri e parole

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La parole non conoscono colore, nazionalità, sesso, specie, non distinguono il bene dal male e vanno a ruota libera se lasciate agire, un poco come fanno le onde del mare, che tutto inghiottono e tutto a loro modo conservano…

Cosa resta di un migrante quando muore.

Cosa resta di un migrante quando muore
chiedilo al mare che lo inghiottirà,
chiedilo a sua madre che mai più lo vedrà,
chiedilo all’uomo che lo ucciderà,
chiedilo al suo dio se mai esisterà.

Cosa resta di un migrante quando muore
un sogno bruciato,
una libertà negata,
la dignità cancellata,
l’anima in fondo al mare incatenata.

Cosa resta di un migrante quando muore
né un nome che si ricorderà,
né il mare che lo inghiottirà,
o la spiaggia che lo seppellirà,
né i sogni che addosso incollati avrà,
né un futuro che mai per lui splenderà.

Che cosa resta di un migrante quando muore
solo vergogna e tanto dolore,
che non si cancella con una preghiera
portata dal vento su di una scogliera,
le troppe parole e l’ambiguità
seppelliscono l’uomo e la sua dignità.

27/08/2015